Menu

Dolo dell’assicurato o del contraente – la prova.

Se la causa che ha scatenato le fiamme è irrimediabilmente incerta il dolo del contraente assicurato non è provato

I sinistri cagionati con dolo o colpa grave dell’assicurato, del contraente o del beneficiario, a norma dell’art. 1900, comma 1° cod. civ. non fanno sorgere l’obbligo dell’assicuratore a rivalere l’assicurato, a meno che un patto contrario non preveda in deroga l’indennizzabilità del danno prodotto da un evento, determinato sotto l’aspetto psicologico dalla colpa grave di uno di quei soggetti interessati: la disposizione distingue nettamente i due tipi corrispondenti di sinistri e sancisce soltanto per il primo l’esclusione assoluta della copertura assicurativa, sul fondamento della non assicurabilità dell’evento doloso.
L’onere di provare l’esistenza del dolo e della colpa grave incombe sull’assicuratore (Cass. civ., 11 settembre 1963, n. 2475).

Nel caso in esame e per le ragioni che vedremo, la prova del dolo non risulta esser raggiunta, in quanto il procedimento penale, dall’andamento piuttosto complesso, si conclude con una sentenza di non luogo a procedere (ex art. 425, comma 3 c.p.p.), risultando quindi non giustificato il rigetto della richiesta di indennizzo avanzata dall’imputato.
L’amministratore unico di una società commerciale presso Rimini era accusato di aver incendiato l’immobile dell’attività con conseguente distrazione e danneggiamento della merce ivi contenuta, quindi si aggiungeva l’imputazione di tentativo di truffa aggravata a danno di una nota compagnia di assicurazione. Il pubblico ministero proponeva appello alla sentenza di non luogo a procedere emessa dal giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Rimini. Il giudizio d’Appello conferma la sentenza del giudice delle indagini preliminari e conseguentemente la Cassazione dichiara inammissibile il ricorso proposto dal procuratore generale avverso la sentenza emessa dalla Corte d’Appello medesima.
Nel merito la Corte d’Appello rilevava che essendo incerta la causa dell’incendio non era provato il collegamento di esso con un’azione dolosa, inoltre che la stipula del contratto assicurativo e la successiva richiesta di risarcimento del danno subito rappresentavano degli elementi di contorno di per sé inidonei a rendere il fatto sicuramente ascrivibile all’imputato.
Il ricorso proposto dal Procuratore generale evidenzia alcuni elementi dal presunto valore indiziario come ad esempio l’integrità dei varchi d’accesso al locale, la consulenza tecnica escludente l’ipotesi del corto circuito, le anomalie contabili e gestionali della società, le circostanze di tempo e di luogo di stipula della polizza assicurativa, le risultanze degli accertamenti svolti presso i fornitori che evidenziavano la predisposizione di una giacenza quantitativa e qualitativa di magazzino meramente contabile e apparente.
La Suprema Corte dà ragione al giudice delle indagini preliminari ritenendo inutile la fase dibattimentale. Ai sensi dell’art. 425, comma 3°, c.p.p., norma che ha giustificato in primo grado l’emissione della sentenza di non luogo a procedere, la emersa insufficienza o contraddittorietà degli elementi conoscitivi acquisiti durante le indagini mostra la loro complessiva inidoneità a sostenere l’accusa in giudizio.
I rilievi tecnici effettuati nella immediatezza del fatto, gli accertamenti sullo stato dei luoghi all’atto dell’incendio, le dichiarazioni rese dalla guardia giurata quale persona informata sui fatti, il tabulato del sistema d’allarme, le risultanze della consulenza tecnica sulle cause produttive dell’incendio, comprese le relazioni tecnico-contabili dei consulenti, costituiscono elementi di indagine che “non sono idonei a fondare una positiva valutazione prognostica in ordine al maggior grado di probabilità logica e di successo della tesi accusatoria e all’effettiva utilità della fase dibattimentale”, ovvero i medesimi elementi di indagine fanno prevedere che “l’eventuale istruzione della fase dibattimentale non possa fornire utili apporti per superare il quadro si insufficienza o contraddittorietà probatoria”.
Inoltre “le ragioni per le quali l’incendio sarebbe da ricondurre a una causa sicuramente dolosa, non dimostrano automaticamente la responsabilità dell’imputato in assenza di elementi obiettivi che comprovino in modo univoco il suo coinvolgimento nell’azione criminosa”. La sentenza d’Appello ha altresì argomentato correttamente che la sussistenza di anomalie contabili e gestionali nella conduzione di un’azienda, in mancanza di prove della responsabilità per l’evento principale, possono costituire al più un motivo di mero sospetto.

È utile sapere che…

Alcune nozioni utili per capire come il perito di parte opera nel tuo interesse.